Leadership femminile, inclusione e sostenibilità: la sfida delle imprese tra dati, stereotipi e nuove strategie

La leadership femminile rappresenta oggi una delle principali leve di innovazione e sostenibilità per le imprese, ma il percorso verso una reale parità di genere resta segnato da ostacoli culturali, strutturali e di accesso alle opportunità. È quanto emerso dall’evento che ha visto la partecipazione di esponenti del mondo accademico, imprenditoriale e istituzionale, chiamati a confrontarsi su dati, esperienze e strategie per rafforzare la presenza delle donne nei ruoli decisionali e nei settori chiave dell’economia.

Incertezza globale e centralità della leadership interna

Fabio Tamburini, direttore de Il Sole 24 Ore, ha aperto i lavori sottolineando come il quadro geopolitico internazionale sia peggiorato, aumentando l’incertezza per le imprese. “Nei prossimi mesi ci saranno importanti scadenze elettorali in Italia, Europa e USA che influenzeranno la stabilità”, ha affermato Tamburini, richiamando le aziende alla necessità di valorizzare le risorse interne e la leadership, con particolare attenzione a quella femminile, considerata oggi imprescindibile.

Il gap di genere: dati e cause strutturali

Antonio Ragusa, Dean della Rome Business School, ha illustrato i dati più recenti sul gender gap: dal 2000, il 56% degli iscritti all’università sono donne secondo l’OCSE, e alla Rome Business School la percentuale sale al 59%. Tuttavia, solo il 23% delle posizioni di top management è occupato da donne (World Economic Forum). Ragusa ha evidenziato come il divario si crei già al primo livello manageriale: “Su 100 uomini promossi, solo 93 donne”, ha citato da uno studio McKinsey sul cosiddetto “broken rung”. Il ritardo, ha spiegato, si accumula lungo tutta la carriera, non solo ai vertici, e per questo è necessario intervenire già dai primi passi professionali.

Ragusa ha inoltre sottolineato che la formazione deve andare oltre le competenze tecniche, includendo networking, mentoring e sponsorship. I partecipanti ai corsi della Rome Business School registrano un incremento salariale medio del 38%. Solo il 35% delle professioni STEM è occupato da donne a livello mondiale, mentre le startup rappresentano un volano di innovazione: “Il 73% delle startup incubate dalla Rome Business School è a guida femminile”, ha dichiarato, auspicando un collegamento più stretto tra formazione e imprenditoria per rafforzare la leadership femminile.

Università e STEM: stereotipi e iniziative

Antonella Polimeni, rettrice dell’Università di Roma La Sapienza, ha raccontato la sua esperienza come prima donna eletta alla guida dell’ateneo dopo 723 anni. In sei anni, ha portato il senato accademico a prevalenza femminile e il consiglio d’amministrazione in parità di genere, con un aumento significativo di direttrici di dipartimento e presidi donne. “Oggi in quasi tutte le elezioni universitarie c’è almeno una candidata donna”, ha sottolineato. Tuttavia, permangono una cultura patriarcale e stereotipi di genere, soprattutto nelle discipline STEM, dove il problema delle poche laureate è più marcato. La Sapienza ha avviato la quarta edizione di “100 ragazze STEM”, con premi per incentivare l’iscrizione ai corsi scientifici, ma secondo Polimeni lo stereotipo sulle STEM nasce già dalla scuola e dalla famiglia.

Imprenditoria femminile e accesso al capitale

Antonella Zullo, amministratrice delegata di Zest Innovation, ha portato l’attenzione sul tema del venture capital: solo il 2% del capitale globale va a startup con sole founder donne (WEF 2025), in Europa la percentuale sale al 13% e in Italia si ferma al 10%. Solo il 13% delle startup innovative italiane è a prevalenza femminile (MIMIT 2025), il 20% considerando anche le non innovative. Nel venture capital europeo, solo il 18% delle posizioni senior è occupato da donne. Zullo ha illustrato l’esperienza di Zest Innovation, che conta 100 founder donne in 80 startup su 230 totali, attive in settori come energy, cleantech, spazio e deep tech. Zest ha formato gratuitamente 400 aspiranti imprenditrici in cinque edizioni di Women Up e ha avviato progetti di accompagnamento anche in territori fragili come Iraq e Giordania, oltre a collaborare con Save the Children per imprese sociali femminili.

Stereotipi, carichi invisibili e politiche di conciliazione

Marika Rotondi, consigliere della Regione Lazio, ha ricordato che le competenze sono fondamentali, ma le donne devono spesso “dimostrare il triplo rispetto agli uomini” a causa di stereotipi culturali. Il 70% dei carichi invisibili nella vita quotidiana ricade sulle donne. La Regione Lazio sostiene il reinserimento lavorativo delle donne, anche senza limiti di età, con finanza diretta alle imprese, e ha riconosciuto lo status di caregiver con una legge del 2004. Rotondi ha citato l’introduzione del PDTA per l’endometriosi e l’impegno per aumentare i servizi come asili nido e sanità territoriale, per facilitare la conciliazione tra lavoro e famiglia.

Leadership e cultura organizzativa: nuovi paradigmi

Daniela Reggiani, corporate & executive coach, ha osservato che il 43% dei CDA delle società quotate è composto da donne, ma la percentuale crolla tra amministratori delegati e direttori generali. Le competenze relazionali e di cura, tipicamente sviluppate dalle donne, sono ora richieste dalle aziende. Tuttavia, la leadership femminile è spesso vista come eccezione o “fata madrina”. Secondo Reggiani, serve un nuovo paradigma di leadership basato su empatia, collaborazione, fiducia e stabilità emotiva: “La vera sfida è trasformare il sistema per permettere l’autorealizzazione di tutte le persone, non solo aumentare il numero di donne”.

Francesca Moriani, CEO di Var Group, ha criticato il concetto di “inclusione” come relazione di potere asimmetrico. In Var Group si è scelto di eliminare la leadership posizionale e creare strutture senza porte, favorendo trasparenza e rispetto delle differenze. È stato introdotto un congedo di paternità retribuito di un mese, con l’obiettivo di arrivare a due mesi nel 2025 e tre nel 2026, e un percorso di formazione sulla genitorialità per favorire la parità nei nuclei familiari. Moriani ha invitato a eliminare regole aziendali discriminatorie e a creare condizioni di vera espressione per tutte le persone.

Startup, impatto sociale e rappresentanza

Laura De Dilectis, founder e CEO di Viola, ha raccontato la nascita della sua startup, fondata da tre donne e parte di quel 2% di startup con sole founder donne che hanno ricevuto venture capital. Viola offre un’app per la sicurezza in strada delle donne, riducendo la percezione di insicurezza di oltre il 90%. In Italia le operatrici sono tutte donne, mentre in Germania c’è maggiore partecipazione maschile. De Dilectis ha osservato che il modello di business delle startup si sta spostando verso l’impatto sociale, ma la leadership femminile deve ancora dimostrare credibilità, soprattutto nella raccolta fondi e nella gestione di team misti.

Carmela Lerede, founder e CEO di Youcomehere, ha affermato che la leadership femminile non va più confrontata con quella maschile: “Le donne hanno già dimostrato professionalità e capacità”. Ha denunciato la mancanza di educazione all’imprenditoria e agli aspetti finanziari nella cultura italiana, sottolineando che spesso le donne si autosabotano e non si sentono pronte nonostante la preparazione. Lerede ha presentato Lady Property, progetto di mentoring e empowerment per le donne nel property management, e ha ribadito che la leadership femminile porta empatia, ascolto e capacità di mediazione.

STEM, rappresentanza e responsabilità collettiva

Giulia Martino, technical manager di TeamItaly presso il Cybersecurity National Lab, ha evidenziato la scarsissima presenza femminile nel settore cybersecurity e informatica. Le competizioni di hacking sono strumenti formativi avanzati ma a prevalenza maschile, e la mancanza di rappresentatività crea un circolo vizioso che scoraggia l’ingresso delle donne. Martino ha attribuito la propria esperienza positiva anche al contesto familiare e ha sottolineato che la soluzione è lavorare sull’educazione a tutti i livelli, perché il problema è sistemico e culturale. “Il cambiamento verso una società più inclusiva è una responsabilità collettiva, non solo individuale”, ha aggiunto, auspicando la creazione di ambienti sicuri e reti di supporto come il team europeo Women Plus in ambito cybersecurity.

Inclusione, linguaggio e performance aziendale

Linda Serra, CEO e co-founder di Work Wide Women, ha precisato che il significato di “inclusione” si è evoluto e oggi implica creare politiche aziendali che garantiscano sicurezza psicologica e valorizzino ogni persona, indipendentemente dalla diversità di genere, background culturale o economico. L’inclusione si costruisce a partire dal linguaggio, dalla leadership orizzontale e dalla creazione di ambienti di lavoro intersezionali. “La diversità è un dato di fatto, ma l’inclusione richiede uno sforzo attivo e strumenti concreti per tutte le persone, non solo policy di facciata”, ha affermato Serra. Le aziende che investono sull’inclusione e sul senso di appartenenza registrano un +23-24% di fatturato rispetto a chi non lo fa; team intersezionali prendono decisioni corrette nell’87% dei casi contro il 55% dei team monogenere, e il ritorno dell’investimento per gli shareholder può quasi quintuplicarsi in cinque anni.

Sostenibilità, quote di genere e narrazione

Rosy Cosco, business coach e consulente DEI, ha dichiarato che un’impresa che esclude le donne dal potere decisionale ha un problema di sostenibilità. La sostenibilità aziendale si misura anche dall’accesso equo alle opportunità e alle responsabilità. L’Agenda 2030 ONU lega la piena partecipazione delle donne alla leadership allo sviluppo sostenibile. Cosco ha ricordato che la legge Golfo-Mosca ha aumentato la presenza femminile nei CDA dal 7% al 44% tra 2011 e 2025, ma solo 17 donne AD e 21 presidenti su 185 società (Consob 2025). “Le quote di genere non sono ‘quote rosa’ ma strumenti di equilibrio”, ha sottolineato, aggiungendo che la storia delle donne è stata spesso ignorata nella narrazione ufficiale, nonostante il loro contributo sia stato fondamentale.

Famiglia, conciliazione e nuove generazioni

Giulia De Grazia, titolare di Aedes Chimica & Ambiente e vicario Giovani Imprenditori Unindustria, ha affermato che la sostenibilità è un pilastro strategico e non solo etico. Il ruolo della famiglia resta centrale nell’orientare le carriere, ma questo limita l’inclusività. Le donne possono contribuire enormemente alla crescita aziendale se hanno accesso ai tavoli decisionali, ma serve partire da pari opportunità. La difficoltà maggiore per le donne resta la conciliazione tra lavoro e vita familiare. De Grazia ha aggiunto che la sostenibilità (ESG) è ora una leva strategica anche per attrarre e trattenere talenti, e che le nuove generazioni scelgono aziende realmente inclusive e con valori condivisi. “Non sarai sempre il più forte, il più veloce, ma puoi essere il più intelligente”, ha concluso.

Accademia, transizione ecologica e competenze

Silvia Di Angelantonio, ricercatrice affiliata CLN2S IIT e professoressa alla Sapienza, ha sottolineato che la scienza oggi è interdisciplinare e richiede inclusività di competenze e ascolto a tutti i livelli. Le strutture accademiche gerarchiche ostacolano la contaminazione dei saperi. Le donne sono più numerose tra laureati e dottorati, ma drasticamente meno tra i professori ordinari. La mancanza di servizi di supporto, come gli asili, penalizza le ricercatrici. Il fenomeno del “leaky pipeline” non è dovuto a minore bravura, ma a mancanza di supporti strutturali e reti familiari.

Christelle Boyom, career coach e manager nell’industria delle plastiche, ha parlato della transizione ecologica come prevenzione degli sprechi, non solo gestione. Le normative UE sui polimeri riciclati aumentano la complessità produttiva, ma le soluzioni tecniche possono ridurre scarti e tempi morti. Boyom ha evidenziato che le donne nei reparti produttivi mostrano competenze chiave come attenzione ai dettagli, proattività e visione d’insieme. Per accelerare la transizione ecologica serve che le donne abbiano voce e potere decisionale, non solo ruoli operativi.

Startup, coraggio e maternità

Alberta Trombetta, CEO e co-founder di JustSolve, ha indicato nel coraggio di scegliere la strada più difficile e rischiosa la principale competenza da valorizzare per le donne nelle startup. Solo il 10% dei crediti insoluti in Europa viene recuperato, su 10.000 miliardi di euro. Nelle selezioni per posizioni aperte in startup, l’80-85% delle candidature proviene da uomini, nonostante le competenze femminili siano equivalenti. Trombetta ha concluso che la maternità resta la sfida principale per le donne leader, che devono gestire sia l’azienda sia la famiglia, spesso senza supporti adeguati.