Leadership femminile, tecnologia e imprese: sfide e opportunità tra stereotipi, innovazione e benessere

La leadership femminile, tra ostacoli strutturali e nuove opportunità offerte dalla tecnologia, è stata al centro di un confronto acceso e articolato che ha visto protagoniste istituzioni, imprese, accademia e startup. L’evento ha messo in luce come la trasformazione digitale e i cambiamenti sociali stiano ridefinendo ruoli, competenze e modelli di leadership, ma anche come permangano barriere culturali e organizzative che frenano la piena espressione del potenziale femminile.

Incertezza globale e necessità di nuova leadership

Fabio Tamburini, direttore, ha aperto i lavori sottolineando il clima di “straordinaria incertezza globale e nazionale”, citando come esempio la sostituzione di Powell alla Federal Reserve da parte di Trump: “La nuova Fed ha comunque alzato i tassi invece di tagliarli”. Questo scenario, ha osservato Tamburini, impatta fortemente sulle imprese e rende fondamentale riflettere sulla leadership, in particolare quella femminile, auspicando che possa “fare meglio di quella maschile”.

Il ruolo delle istituzioni locali: ecosistemi e welfare

Francesca Marchetti, sindaca, ha evidenziato i limiti di intervento dei Comuni sulle leve fiscali o sui congedi, ma ha rivendicato la capacità di creare “un ecosistema di sinergie tra imprese, associazioni e politiche integrate di welfare ed educazione” per favorire la leadership femminile. Marchetti ha portato l’esempio concreto delle “scuole aperte e centri estivi prolungati per adolescenti”, strumenti pensati per rispondere ai bisogni delle famiglie e permettere alle donne di esprimere le proprie competenze e accedere a ruoli di leadership. Ha poi individuato nella “povertà di tempo” il principale ostacolo per le donne, causa di disuguaglianza economica e di genere, e ha proposto di superare il concetto di “conciliazione” in favore di politiche di “condivisione della cura”. Tra le proposte, la creazione di un percorso territoriale sull’imprenditoria femminile per valutare l’efficacia delle politiche di welfare ed educative e mettere in rete competenze ed esperienze.

Irene Priolo, assessora, ha ricordato che in Emilia Romagna le donne nei CDA sono al 30-40% grazie all’obbligo normativo, ma solo l’8-8,5% ricopre posizioni di vertice. “La leadership femminile è associata a una maggiore attenzione alla sostenibilità, ma rischia di essere confinata a ruoli ‘soft’”, ha osservato Priolo, sottolineando la necessità di superare stereotipi e promuovere una leadership trasformazionale. In regione, il 20% delle imprese è femminile, ma la presenza ai vertici resta bassa. Priolo ha auspicato riforme strutturali e un maggiore coinvolgimento degli uomini nel tema della leadership femminile. Tra gli ostacoli principali, la mancanza di riforme strutturali come il congedo parentale paritario. “Lo smart working in Emilia Romagna è stato esteso fino a 3-4 giorni per chi ha figli sotto i 12 anni, ma serve innovazione normativa”. Priolo ha inoltre evidenziato come le politiche abitative colpiscano più le donne in caso di separazione o violenza e ha invitato a valorizzare gli istituti tecnici per superare lo stigma sociale e rispondere alla carenza di professionisti tecnici.

Università e formazione: il divario di genere nelle STEM

Simona Tondelli, prorettrice vicaria dell’Università di Bologna, ha illustrato come il 57% degli iscritti sia donna, ma solo il 17% delle ragazze scelga corsi STEM; in ingegneria sono il 28%, in scienze il 39%. “Il divario nasce già dalla scuola e dalla famiglia”, ha spiegato Tondelli. Le ragazze ottengono risultati migliori – più lauree in corso, più 110 e lode – ma nel lavoro guadagnano 250-300 euro in meno al mese e ricorrono più spesso al part-time non scelto. Il carico di cura resta sulle donne: “10.000 permessi contro 600 degli uomini”. La governance universitaria sta migliorando, con un raddoppio delle direttrici e parità tra prorettrici e prorettori, ma il cambiamento è lento. Tondelli ha individuato anche un ostacolo interno: la scarsa fiducia in se stesse. “Le donne si candidano solo se iperqualificate, serve lavorare su questo aspetto per superare l’autocritica e ‘lanciare il cuore oltre l’ostacolo’”.

Stereotipi, linguaggio e giudizio sociale

Emily Marion Clancy, vicesindaca di Bologna, ha denunciato una “fase di battuta d’arresto sui diritti delle donne”, con i giovani oggi meno progressisti della generazione precedente. Il discorso pubblico è polarizzato e i diritti vengono messi in discussione anche tramite il linguaggio: “Il linguaggio costruisce l’immaginario e l’uso delle desinenze femminili nelle professioni è importante per l’accesso delle bambine a quei ruoli”. Clancy ha individuato nella disparità nei carichi di lavoro di cura e nel giudizio sociale gli ostacoli principali alla leadership femminile: “Una donna assertiva è vista come dispotica, un uomo come autorevole”. Anche nel pubblico, dove gli stipendi sono uguali, le donne guadagnano il 10% in meno per il maggior ricorso a part-time e permessi di cura. Servono politiche per favorire la progressione delle donne verso ruoli apicali e norme nazionali che forzino la parità, come la doppia preferenza di genere e il congedo di paternità paritario. Clancy ha consigliato alle giovani di rifuggire la logica della competizione patriarcale e di costruire modelli di leadership collettivi, alleanze tra donne, valorizzando la collaborazione e la condivisione, anche mostrando vulnerabilità: “Questa leadership è più faticosa ma dà risultati più duraturi”.

Daniela Reggiani, corporate and executive coach, ha osservato che le donne sono il 43% nei CDA in Italia, ma la percentuale cala drasticamente nei ruoli operativi e apicali. “Le donne hanno sviluppato soft skills come collaborazione e consenso perché escluse dal potere tradizionale”, ha spiegato, aggiungendo che la leadership femminile è spesso celebrata solo per empatia, ma esclusa dai ruoli con responsabilità di portafoglio. Reggiani ha invitato a ripensare il modello di leadership: “Il futuro richiede leader empatici, capaci di gestire complessità, con equilibrio emotivo e in grado di abbinare performance e umanità”.

Tecnologia, AI e nuovi modelli organizzativi

Francesca Negrello, senior technician IIT, ha illustrato come nel Joint Lab IIT di Bergamo si lavori su robotica e intelligenza artificiale per trasformare i processi lavorativi, soprattutto nei lavori manuali dove non è possibile lo smart working. “C’è una crescente richiesta di qualità del lavoro, sicurezza e inclusività, e la trasformazione riguarda tutti i settori, non solo il manifatturiero”. Negrello ha descritto l’uso di robot avatar per remotizzare attività rischiose, riducendo l’esposizione a pericoli e la fatica fisica degli operatori, e ha sottolineato l’importanza di progettare interfacce uomo-macchina che valorizzino l’esperienza umana. Applicazioni simili sono possibili nelle costruzioni e in agricoltura, dove i robot possono raccogliere dati quotidiani sulle coltivazioni, ottimizzando interventi e risorse. Tuttavia, Negrello ha avvertito che l’impatto negativo delle nuove tecnologie si misura soprattutto sulle persone, con aumento di stress e ansia dovuti alle maggiori richieste e possibilità offerte dalle tecnologie.

Elin Flyger, co-founder e CEO di Tinental, ha raccontato come la sua azienda abbia sviluppato una AI che permette alle aziende di risparmiare fino al 60% di energia senza cambiare i macchinari. “La scelta di unire sostenibilità e redditività nasce dalla consapevolezza che la transizione green è frenata da costi e resistenza al cambiamento”. Flyger ha denunciato che solo il 3% dei fondi globali va a startup guidate da donne e che il 95% dei CEO Deep Tech AI sono uomini. Tinental ha raccolto 4 milioni di dollari da investitori USA, non trovando risorse in Italia. Ha inoltre criticato la leadership femminile per la scarsa capacità di fare gruppo rispetto a quella maschile, sottolineando la necessità di autocritica e collaborazione tra donne.

Lara Oliveti, co-founder e CEO di Melazeta, ha spiegato come l’AI stia sostituendo molte competenze nel settore delle industrie culturali e creative, soprattutto nel video gaming, coding e creazione di immagini, generando crisi di identità e incertezza tra i professionisti, in particolare tra i junior. L’azienda punta su multidisciplinarietà e confronto umano per differenziarsi dall’AI e motivare il team, pur sfruttando quotidianamente le potenzialità dell’intelligenza artificiale.

Sabrina Selmi, executive coach, ha osservato che le aziende chiedono autonomia, velocità e proattività, ma i modelli decisionali e organizzativi restano vecchi e gerarchici, creando un corto circuito. “La delega è ancora un problema diffuso; la vera sfida è evolvere la cultura organizzativa per favorire adattabilità e nuove competenze”. Selmi ha sottolineato che la responsabilità di tenere il passo con il cambiamento tecnologico è condivisa tra azienda e lavoratori, e che il reskilling deve essere sia tecnico sia sulle competenze soft come l’adattabilità. Oggi la carriera è più fluida, quindi la responsabilità della crescita professionale è anche individuale: “Il trattenere i talenti si configura come uno scambio di valore reciproco per un periodo limitato”.

Mariagrazia Benassi, professoressa di psicometria, ha illustrato come sia possibile misurare l’impatto delle nuove tecnologie nelle organizzazioni tramite strumenti psicometrici e modelli statistici, valutando sia l’efficacia organizzativa sia gli effetti negativi come stress e ansia. Studi di Harvard mostrano che l’AI può aumentare la quantità di lavoro del 12-25% e migliorare la qualità in certi ambiti, ma nei compiti manageriali può causare un decremento del 19% nelle competenze. “L’impatto dell’AI dipende dall’applicazione e dall’atteggiamento individuale: chi ha un’attitudine negativa verso l’AI sperimenta più stress e ansia”.

Esperienze d’impresa: modelli e pratiche

Michela Pancaldi, CEO di Tecnocupole Pancaldi, ha raccontato l’esperienza di un’azienda fondata nel 1958 e oggi gestita da un board tutto al femminile, con il 60% di dipendenti donne e 10 milioni di euro di fatturato. Le politiche di maternità facilitano la crescita professionale e la chiave della gestione aziendale è la chiara definizione di ruoli e responsabilità, valorizzando la diversità di opinioni come ricchezza. “La maternità viene gestita tramite pianificazione e collaborazione interna, senza vissuti di sofferenza o ostacoli alla carriera”. L’azienda ha avviato corsi sulla parità di genere e considera normale la conciliazione vita-lavoro. Dal 2024 è partner di un dottorato con l’Università di Bologna per il recupero e il reimpiego di materiali a fine vita nei propri prodotti, con buoni risultati iniziali. Pancaldi ha sintetizzato la leadership femminile come “un mix di ascolto, comunicazione, pianificazione, motivazione e leggerezza”.

Emanuele Lumini, partner Studio Lumini & Associati, ha sottolineato che nelle imprese familiari il passaggio da competitività a cooperazione e poi a collaborazione è fondamentale e richiede fiducia, competenze tecniche e relazioni solide. Le nuove generazioni cercano senso e trascendenza nel lavoro, non solo soddisfazione economica o status: “Il leader deve creare una visione condivisa per ingaggiarli”. L’arrivo di un manager esterno è spesso ostacolato dal “family thinking”; il successo dipende da deleghe chiare, tempismo e accompagnamento.

Cultura dell’errore, benessere e inclusione

Francesca Corrado, founder della Scuola di fallimento, ha sostenuto che gestire il fallimento è una competenza da allenare: “La società italiana tende a punire l’errore, ma solo accettando e imparando dagli errori si cresce”. Corrado ha suggerito esercizi pratici come aggiungere “ancora” alle proprie insicurezze (“non posso farcela ancora”) e riunioni di bad practice per condividere e apprendere dagli errori nei team. Ha inoltre osservato che il fallimento è perdonato più facilmente agli uomini che alle donne per bias culturali: “Le donne sono educate a essere perfette e temono il giudizio, il che le porta a sottostimarsi e a evitare il rischio”.

Elena Lo Baido, founder e CEO di Gigey, ha affermato che il benessere in azienda è ancora visto come costo o benefit, non come infrastruttura essenziale, e che solo poche aziende adottano interventi sistemici per l’equilibrio psicofisico, fondamentale per innovare e prevenire il burnout. La tecnologia può favorire l’inclusione rendendo l’esperienza lavorativa più personalizzata, ma la sua efficacia dipende dalla cultura della leadership.

L’evento si è concluso con la consapevolezza che la sfida della leadership femminile e dell’innovazione tecnologica richiede un cambiamento culturale profondo, politiche strutturali e nuovi modelli organizzativi capaci di valorizzare la diversità e il benessere di tutte le persone.